Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

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D@rione
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Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

Messaggio da D@rione » martedì 5 agosto 2014, 14:30

Come l'anno scorso ho fatto per il Marocco, ripropongo anche qui il racconto del nostro viaggio in Turchia di quest'anno..
Buona (ri)lettura!



Ore 18.34
Tiherò (Grecia)
30/05 PRIMO GIORNO

Si può dire che questo è il primo giorno del viaggio “Turco”, anche se in realtà per me è il quinto giorno di viaggio visto che già da domenica sto scorrazzando insieme al mio compagno di avventure Davide in giro per la Grecia. Abbiamo macinato circa 2000km, vedendo posti a dir poco spettacolari: dalle spiagge paradisiache dell’isola di Lefkada, con il suo Porto Nikiti, alla strada litoranea fino al Peloponneso, dalle montagne fatte di arbusti e rocce di un arancione acceso alle distese di colline piene di grano nei pressi di Lamia, dalle rovine della antica Delphi alla neve sul monte Olimpo; insomma di strada ne abbiamo fatta ed ora, dopo una bella scrosciata d’acqua presa negli ultimi 50km, siamo spaparanzati nella nostra stanza dell’albergo Thrassa, a una manciata di chilometri dal confine Turco. Fra poco arriveranno i nostri amici, il resto della truppa, e si formerà il gruppo completo dei temerari che quest’anno affronterà le strade della Turchia con lo stesso entusiasmo e voglia di “andare” che l’hanno fatta da padrona in Marocco appena dodici mesi fa.
Personalmente dico che questi giorni in Grecia ci volevano proprio, non mi aspettavo un Paese così, anche perché quando ci passammo tre anni fa al ritorno dal Tour nell’Est Europa, non mi aveva certo fatto tutta questa grande impressione. E invece no, ogni giorno una sorpresa, emozioni nuove, chilometri macinati senza neanche accorgermene tant’ero impegnato nel vedere quello che mi circondava e carpire le piccole sfumature di vegetazione che poi si rivelavano una vera trasformazione di paesaggio. D’altronde il bello dell’andare in moto è anche questo: vivere la strada e tutto ciò che ti circonda senza i confini di un abitacolo o i limiti di un mezzo di trasporto chiuso, ovviamente nel bene e nel male; i trentacinque gradi per arrivare a Delphi li abbiamo presi tutti così come l’acqua di oggi mentre passavamo alla periferia di Alessandropoli. Ma fa parte del gioco, e rifarei tutto esattamente così come lo abbiamo fatto. Guidi la moto e la tua mente si perde in pensieri che viaggiano alla velocità della luce, talvolta legati a quello che stai vedendo, altre volte – specialmente durante i lunghi rettilinei di pallostrada – proprio ti lasci trasportare e non sai nemmeno tu dove sta andando la tua mente, il tutto interrotto via via da un “bip” del navigatore che ti segnala che fra poco c’è un’uscita, o dall’occhiata che dai nello specchietto per essere sicuro che dietro i tuoi compagni ti stiano seguendo. Sei lì, da solo, con il motore della moto che canta sotto di te, e tu che a volte inizi a cantare con lei. Sono convinto che se nascondessero una microcamera nel casco di un motociclista, beh ci sarebbe da ridere poi a riguardare e riascoltare quello che accade durante la guida; e noi, folli se guardati da un tizio qualunque che sta guidando l’auto, eroi agli occhi dei bambini che si sbracciano quando li superiamo, noi andiamo avanti per questa nostra lastra di asfalto, curiosi di sapere cosa ci sarà dietro la prossima curva oppure oltre quella collina lontana.
La Turchia ci sta aspettando, noi stiamo fremendo. Ormai ci siamo.
Casco ben allacciato, serbatoio pieno: si parte!

Ore 23.34
Ok, si può dire che la vacanza è ufficialmente iniziata! L’allegra combriccola stasera ha letteralmente saccheggiato la cucina del locale in cui avevamo pranzato io e Davide; spiedini di pollo, maiale e salsiccia l’hanno fatta da padrona, per non parlare poi del giro di “ouzo” nella caffetteria di fronte, con tanto di baccagliamento alle tette della cameriera che è stata, diciamo, costretta a farsi una foto con noi. Cazzeggio allo stato selvaggio, risate, battute… mammamia!! Tremate turchi, stiamo arrivandoooooooooooo!!!!

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31/05 SECONDO GIORNO
Ore 00.20
Izmir (Turchia)
Km percorsi: 430
Strade attraversate: D110 fino a Kesan, poi D550

Oggi abbiamo valicato il confine Turco.
Stamattina sveglia di buon’ora, 6.30 per essere precisi, e paradossalmente alle 7.00 eravamo già tutti a fare colazione, alle 8.00 abbiamo acceso i motori, rabboccato i serbatoi e via, diretti verso il confine. Un appunto sulla colazione e il posto spettacolare dove abbiamo dormito: un lungo corridoio rialzato portava ad una sorta di dependance che dava direttamente sul lago che circonda l’Hotel; la cameriera ha portato a ognuno di noi un bicchiere di spremuta d’arancia, spremuta vera eh, non succo; ad aspettarci marmellate, nutella (o qualcosa del genere), affettati, pane tostato, pane normale, caffè, latte… insomma c’era da farcisi lustri, il tutto “condito” poi dall’atmosfera quasi irreale dettata dal luogo: spettacolo. Peccato per i nuvoloni grigi all’orizzonte!
Una volta immessi nella strada verso la Turchia, i primi chilometri sono volati, io stamani ero in fondo al gruppo poiché il mio navigatore aveva fatto un po’ di capricci, e quindi in testa si è messo il Topo: nove moto divoravano l’asfalto, poi all’orizzonte si è delineata la figura della dogana, quindi via con i soliti rituali di controllo documenti, passaporto, carte di circolazione, fogli dell’assicurazione. Un’ora buttata dietro alla burocrazia; fortunatamente abbiamo socializzato anche con una coppia di bikers tedeschi, anche loro – come noi – diretti in Turchia.
Ricompattato il gruppo e scattate le foto sotto vari cartelli e bandiere, siamo ripartiti alla volta di Canakkale per l’attraversamento su traghetto dello stretto di Dardanelli. Neanche venti minuti di marcia ed ecco che un posto di blocco ci ha fermato e controllato i documenti a tutti, con tanto di cazziatone perché a detta dei gendarmi si andava troppo forte.. il limite era di 130 km/h, noi non siamo mai saliti sopra i 110… Ma và và.. abbiamo saputo poi da un ragazzo motociclista turco che qui per le moto c’è un solo limite: 90 km/h su tutte le strade. O beccati questa! Comunque ci è andata di lusso, nessuna multa, solo che… un’altra mezz’ora persa. Come se non bastasse, nuvoloni neri all’orizzonte non facevano presagire nulla di buono, provvidenziale è stata la sosta per indossare le tute antipioggia poiché dopo neanche cinque minuti ha cominciato a piovere, quella pioggerellina quasi sospesa che ti si infila in tutti gli orifizi e ti inumidisce anche i buchi del naso!!! L’asfalto poi pessimo è servito solo a farci guidare con un fondoschiena stretto, con la sensazione di essere a giocare al calcio saponato. Ovviamente velocità ridotte ai 50-60km/h.. quindi ulteriore ritardo. Insomma, per farla breve, siamo arrivati all’imbarco che erano mezzogiorno e mezzo, maremma ciuca.. il traghetto è arrivato subito, una breve sosta per far scendere chi veniva dall’altra sponda, poi è stata la volta del nostro imbarco, e alle 13.00 siamo partiti. Traversata di neanche mezz’ora ed eravamo già di là, nel traffico della città di Canakkale. Fame!!!
Magicamente il cielo si è aperto, le strade presentavano già delle chiazze di asfalto asciutto, “stai a vedere che forse non piove più”! La fame però ha preso il sopravvento, adocchiato un locale lungo strada lo abbiamo praticamente colonizzato ed abbiamo assaporato il kebab (finalmente!!) e altri prodotti tipici! Ora sì che si ragiona!!!
L’itinerario originario prevedeva una strada lungo costa per poi immettersi nella Statale 550 fino a Izmir, ma vista l’ora (oltre le 15.00) abbiamo deciso di fare da subito la statale onde evitare di arrivare a destinazione a mezzanotte. E via, gambe in sella!
Devo dire che fin dalla mattina, nonostante la pioggia, avevo avuto la sensazione che la Turchia fosse un paese “avanti”, anche solo rispetto alla Grecia; sensazione dettatami da una certa cura nelle case che, fino a un giorno fa, erano delle vere e proprio baracche; auto moderne, città ben attrezzate, addirittura sullo sfondo costiero si intravedevano dei grattacieli! Incredibile!!! Questa cosa poi si è fortificata durante il giorno, via via che si attraversavano le città si percepiva proprio un’aria, come dire, “moderna”! Abituato poi l’anno scorso in Marocco, mi faceva strano vedere donne senza veli, addirittura belle scosciate, altre con il velo, ma comunque molto più “occidentalizzate” nonostante la religione musulmana. Paradossalmente, ad un tratto ci siamo fermati ad uno dei millemila semafori che ci sono lungo la statale, ho sentito dall’alto parlante di un minareto la voce registrata di un Muezzin che richiamava alla preghiera, come da tradizione. Ecco, mentre l’anno scorso durante questi momenti si percepiva la “religiosità” della cosa, qui oggi era come se quella voce fosse solo l’ennesimo “rumore” da aggiungere a quello del traffico, dei motori delle auto, della musica di un iPod. Mah!
I semafori dicevo… ecco se qualcuno vuole andare in Turchia, si armi di pazienza perché qui c’è da diventare grulli! Come ci si avvicinava a un centro abitato ecco che una schiera di semafori che puntualmente diventavano rossi, si stendeva per chilometri e chilometri. Uno ogni 500 metri, ci hanno stancati più loro del fondo stradale saponato! Diobono ma fate una rotonda ogni tanto!!! No? Fortunatamente la scocciatura era più che ripagata dai panorami che ci si aprivano mano a mano che si macinavano i chilometri. Dalle colline di grano dopo Caakkale, ai tornanti di un altopiano sopra al mare con vista mozzafiato, dal blu intenso del mare mosso accanto a noi nel tratto costiero, a colline che sembravano quasi delle montagne, ma che non lo erano.. insomma non so come spiegarlo, erano tipo dei “cucuzzoli” di roccia giallastra con cespugli di qualsiasi tipo e ginestre fiorite. Fantastico!
Traffico, puzzo, turchi che non sanno guidare, asfalto scivolo sì, decisamente un macello!
Izmir: una città immensa, l’abbiamo vista dall’alto, tante case minuscole e colorate riempivano un golfo e le colline circostante, mi sembravano un po’ come i mattoncini “Lego” che da piccolo disseminavo sul mio letto prima di cimentarmi in costruzioni di fantasia; mi sono mangiato le dita per aver riposto la macchina fotografica nella borsa serbatoio, troppo traffico per rischiare di toglierla e non mi andava di fermare il gruppo per prenderla. Ho sperato che qualcun altro stesse facendo le foto, anche perché nel frattempo un tramonto rosso fuoco stava colorando il nostro arrivo in città. Il disco del sole si nascondeva fra i bracci delle gru del porto di Izmir, bellissimo, sembrava una di quelle scene dei film ambientati nei sobborghi di una grande città. Non ho scattato foto, ma ho ancora negli occhi quei colori: dal rosso al giallo, dal viola al celeste, tutto concentrato ad ovest, tutto per noi. “Grazie Izmir per questo benvenuto”.
Sistemati in albergo siamo usciti in cerca di un posto dove cenare, e credo di aver assistito ad una delle figure di merda più grandi in assoluto. I camerieri ci uniscono due tavoli, portano il menù, ed ecco il patatrack! Non hanno le birre!!! Gaetano sbotta, si arrabbia, si alza “Ragazzi andiamo via, io senza birra stasera non torno a casa!!” Eccoci. Tac! Ci siamo alzati con tante scuse, e arrivederci. Dieci metri dopo un altro locale dava la birra, ci siamo seduti, abbiamo ordinato e il bello è che i piatti glieli preparava il locale dove eravamo prima. Pazzesco. Queste cose succedono solo all’estero.
E’ tardi, vado a letto, sono proprio contento di questa giornata. Domani ci aspetta Pamukkale e una tirata di oltre 500km!

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01/06 TERZO GIORNO
Ore 01.30
Manavgat (Turchia)
Km percorsi: 600
Strade: D-550, D-320, D-585, D-350

Madonna Santa che giornata! Diciamo che “devastante” è il termine giusto! Dal caldo di Efeso agli unidici gradi dei passi in quota dopo Pamukkale, dal sole abbronzante al nubifragio, pazzesco!! Seicento chilometri in totale, di cui almeno duecento sotto l’acqua, da quella fine fine ai goccioloni.
La giornata era cominciata bene, un po’ di casino ad uscire da Izmir, d’altronde è la terza città turca per dimensioni, ma poi la D-550 si è aperta davanti a noi e l’abbiamo inforcata di gran lena, destinazione Pamukkale e le sue vasche calcaree. I duecentocinquanta chilometri dall’albergo a Pamukkale non sono stati particolarmente divertenti, colline simili alle nostre, i soliti semafori che spezzavano il ritmo, ma nulla di che. Abbiamo fatto anche una breve sosta a Efeso, l’antica Troia, ma non siamo entrati. Giusto qualche foto da oltre la rete, da buoni italiani, e via. Di nuovo in sella, ancora su questa pallostrada.
Quando poi all’orizzonte abbiamo visto una collina con una macchia bianca, abbiamo capito che ci stavamo avvicinando al sito, ed ecco che la monotonia, la noia, tutto è passato. Siamo arrivati passando per una stradina abbastanza sconnessa e attraversando direttamente la via principale di un paese dove in quel momento il Muezzin si stava sgolando, ci guardavano come fossimo stati astronauti, poi finalmente abbiamo parcheggiato le moto. O meglio Gheghe, Lello, Ausy e Topo le hanno lasciate ai piedi della collina, io, Davide, Ricky e Ivan abbiamo inforcato una stradina “magari ci porta in cima così non si sta a fare la salita a piedi”, e così è stato. Da ignoranti siamo saliti pensando che ci fossero da vedere soltanto le vasche create dal calcare, ma in realtà c’era un’antica città romana, Hierapolis che con le sue rovine si apriva davanti a noi. Pagato il biglietto, abbiamo girellato un po’ per questi resti, rocce distese, archi, un anfiteatro più in alto, e poi finalmente le vasche. Tante piccole terrazze bianchissime, con dentro un’acqua turchese, gente con i soli piedi immersi, gente fino a mezzo busto, insomma un mega-party davanti a noi; l’ennesima conferma che i romani erano parecchio avanti! Questi si erano fatti una città direttamente sopra le vasche, ci siamo immaginati la scena di loro belli spaparanzati al sole circondati da queste mura in pietra, questi colossi di architettura, bevendo vino, musica… mica scemi! Si è alzato il vento, noi eravamo presi a fare foto e a tenere i piedi a mollo, ma come un po’ quando uno ti picchietta su una spalla, all’ennesima folata di vento ci siamo voltati, e abbiamo visto un “coso” nero che si stava avvicinando velocemente, un nuvolone che stava scaricando i suoi ettolitri di acqua nella piana che poco prima avevamo attraversato in moto. Faceva paura. Di corsa siamo tornati alle moto mentre le prima gocce ci bagnavano le magliette, ci siamo messi i caschi e i giubbotti in un attimo e siamo scesi a valle; gli altri ci stavano aspettando a un tavolo, avevano pranzato, noi ancora no, abbiamo approfittato di questo temporale in arrivo per fermarsi a mangiare anche noi e nel frattempo farlo passare. Si è scatenato il diluvio, davanti a noi una vecchia Renault in panne non ripartiva, ma figuriamoci se qualcuno di noi ha mosso un dito; tuoni, vento.. Nel frattempo abbiamo finito di mangiare, siamo stati lì un altro po’, ma il temporale non si muoveva maremma merda!. Ci siamo fatti coraggio, indossate le tute antipioggia, e siamo ripartiti, su un asfalto che era così viscido che quello del giorno prima in compenso era oro.
Su quel tratto di strada che ci ha portato fino a 1250 metri di altezza abbiamo visto macchie incidentate, ribaltate in fossati, ci credo vai, con questo asfalto!!! Nello specchietto ho notato che mancava qualcuno all’appello, area di sosta con tante Harley parcheggiate fuori, mi sono fermato. Eravamo già con i bicchieri di çay (il tè turco) bollente in mano, finalmente è arrivato anche Gaetano, infreddolito dall’acqua (gli faceva fatica mettersi l’antipioggia), incavolato con la moto (gomme finite, spiattellate, non gli tengono per niente sul bagnato), insomma in una parola: un pirla! Mancavano ancora centonovanta chilometri ad Antalya, siamo ripartiti che era smesso di piovere. Per un po’ almeno. Poi di nuovo acqua e freddo, vento trasversale, sembrava di essere a dicembre. La D-585 è diventata D-350, sulla cartina indicata come”panoramica”, ed in effetti di posti belli ne abbiamo visti. Montagne imponenti con prati verdi a valle, villaggi arroccati qua e là.. peccato però che tutto questo non ce lo siamo potuti godere appunto per via del tempo, e delle visiere appannate dei caschi.
Ha smesso di piovere proprio mentre arrivavamo ad Antalya, odore intenso dei pini bagnati ai lati della strada, la metropoli davanti a noi immensa, grande. Ci siamo tuffati seguendo il navigatore che ci ha portati fino al.. nulla! Laddove doveva esserci l’albergo non c’era niente, abbiamo capito che avevamo sbagliato città, l’albergo non era lì ma a settantaquattro chilometri, a Manavgat, porca di quella puttana!!! C’era poco da fare, siamo ripartiti. Breve sosta per rabboccare i serbatoi, ne abbiamo approfittato per mangiare in un locale lì vicino, dove tra l’altro ci hanno spolpati con l’equivalente di trenta euro a testa per mangiare le stesse cose che fino ad oggi abbiamo pagato un terzo. Gli venisse un accidente.
Di nuovo in sella, siamo arrivati alla città, di nuovo un indirizzo sbagliato nel navigatore, basta, non se ne poteva più; abbiamo preso un ragazzino in motorino e ci siamo fatti portare all’albergo, non c’erano alternative!
Ed ora qui a scrivere, a bordo piscina, tutti dormono, un silenzio irreale, fa fresco ma a me piace. Oggi sicuramente una giornata provante, ma siamo qui, con seicento chilometri sulle spalle, stanchi ma contenti, pronti per infilarci nei nostri rispettivi letti e riposarci, pensando che domani ci aspettano sì altri quattrocentonovanta chilometri, ma finalmente ci addentreremo nell’Anatolia fino alla Cappadocia.
E la pesantezza diventa sonno.
Chiudo.

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02/06 QUARTO GIORNO
Ore 22.20
Nevsehir (Turchia)
Km percorsi: 480
Strade: D-695, D-330, D-300

Finalmente la Turchia, in tutto il suo splendore, come appare sulle guide turistiche, eccola, in tutto la sua meraviglia. Oggi abbiamo davvero visto panorami da mozzafiato, fin da stamattina quando abbiamo lasciato Manavgat e imboccato la D-695, sono iniziati i tornanti e l’altitudine è aumentata, sempre di più. Il mare ormai alle nostre spalle ha ceduto il posto a montagne ricoperte di vegetazione, una lingua di asfalto ruvido come carta a vetro si snodava fra valli e altipiani, fino al passo Alacabel (1825m), per poi continuare in un verde intenso e rocce sempre più arancioni. Ad un tratto poi, incredibile, mentre eravamo fermi a fare delle voto abbiamo visto una moto in lontananza che si avvicinava, poi sempre di più, “eppure quei fari li riconosco”… insomma, strano ma vero, una Caponord turca!!! Ovviamente il tipo si è fermato, anche lui incredulo di vedere altre tre moto come la sua,! Foto di gruppo, lui non parlava un cavolo di inglese, ma ci siamo capiti lo stesso, siamo motociclisti in fondo no?
Gambe in sella, siamo ripartiti, ed è stata la volta delle colline di grano ancora verde, come le vecchie coperte della “nonna” fatte con pezzetti di stoffa ognuno diverso dall’altro, così queste coltivazioni tappezzavano il nostro “intorno” fino al lago di Beysehir dove non ci siamo fatti mancare un bel pranzo a base di Kebab (per capire che ci cucinavano kebab ci voleva l’arte del Mimo di Ausy che è andata dalla signora urlando MUUUUUU e con le corna sopra la testa! Pazzesco!) sotto un tendone con tanto di musica locale (anche se per un attimo hanno messo un pezzo in Italiano di un autore sconosciuto) e un frescolino che ci stava tutto.
Un’ora di goduria e siamo ripartiti, imboccando la D-330. Ancora colline con dietro montagne spettacolari, io ero un continuo dare gas e scattare foto (con la stessa mano), fino a che ad un tratto il fattaccio: posto di blocco. Io facevo 99 km/h, Bobo dietro di me 102.. 172 lire di multa a testa, e via. Della serie che non ci si fa mancare nulla, i poliziotti erano simpatici, alla fine foto di gruppo tutti insieme e un “goodbyeffanculo” e siamo ripartiti! Di nuovo un tratto in salita, ormai la multa era un ricordo, ancora paesaggi mozzafiato, si cominciava a intravedere lo scollinamento, io ero tutto curioso di veder cosa ci aspettava dall’altra parte, un leggero colpo di gas, la moto ha accelerato giusto quel tantino come se mi dicesse che anche lei era impaziente e un po’ stanca di salire e… Konia, una distesa di case e palazzi, qualche grattacielo, intorno pianura solo che, guardando l’altimetro, segnava mille metri: l’altopiano dell’Anatolia Centrale, eccolo, ci stavamo scorrazzando sopra già dalla mattina, ecco la Turchia Occidentale, ecco la ragione per cui siamo venuti fin qua. Ancora, sono sincero, non avevo visto cose o paesaggi particolarmente entusiasmanti, ma oggi finalmente l’attesa è stata ripagata, ed il bello era che ancora mancavano circa 180km a Nevsehir, centottanta chilometri di strada dritta, non scherzo, dritta come una di quelle linee che si disegnano sulla lavagna quando si spiegano le “linee rette” a scuola. La D-330. Dritta. Ma per fortuna solo dritta, ma non piano. E’ iniziato un saliscendi dolce, morbido, come le colline che stavamo attraversando, e intorno ancora campi coltivati, montagne in lontananza, ma ancora campi. L’asfalto è migliorato, il passo è aumentato, i chilometri scorrevano sotto le nostre ruote instancabili, il tempo volava. Si continuava a salire, ormai eravamo a quota 1230m, ed eccolo, l’ultimo scollinamento. Dagli specchietti vedevo un raggio di sole che sgomitava fra le nuvole e illuminava proprio oltre quella linea dell’orizzonte rappresentata dalla strada che stava davanti a me. Stessa frenesia di qualche ora prima, stesso colpetto di acceleratore, stessa risposta pronta e contenta della mia moto, ma questa volta lo spettacolo era diverso, ancora più magico, ancora più mozzafiato: la strada faceva una leggera curva a destra per poi voltare a sinistra, in lontananza, dopo una lunga discesa, e perdersi fra altre colline. Tutt’intorno il giallo dei campi era ancora più vivo, come fosse d’oro, illuminato da quel raggio di sole che sembrava si stesse sfogando con tutta la sua energia proprio in quella valle. Sul fondo valle, prati di un verde-giallo, qualche casa tipo fattoria, e poi il nulla. Anatolia. Solo Anatolia, a perdita d’occhio! Un brivido mi ha attraversato fino alle unghie dei piedi, inconsciamente ho rallentato in uno stato di semincoscienza, mi sono riconnesso solo quando mi sono accorto di aver fermato la moto a bordo strada e impugnato la macchina fotografica. Che meraviglia. Gli altri mi sono sfilati accanto, io gli ho fatto cenno di passare. “Andate, vi raggiungo subito, lasciatemi un momento con questo angolo di Paradiso”.
Ancora venti chilometri e finalmente siamo arrivati a Nevsehir, stasera non sento la stanchezza, anzi ho dentro tutta l’energia regalatami direttamente da questi posti. Non ho più fatto caso alle città moderne, ormai una routine, così come nemmeno ai semafori sparsi lungo le vie di circonvallazione. No. Ero permeato dalla natura, dai colori, dagli odori, felice di esserci, orgoglioso di cavalcare quelle strade in sella alla mia moto.
Albergo di stile, cena a buffet (peggio per loro!!!), due chiacchiere dopo cena, cartina alla mano e guida turistica, giusto per definire cosa faremo domani. Sì perché per domani non ci sono programmi, abbiamo solo voglia di perderci nelle meraviglie di questo posto che si chiama Cappadocia!

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03/06 QUINTO GIORNO
Ore 23.36
Nevsehir (Turchia)
Km percorsi: BOH

Difficile mettere in ordine la giornata di oggi, non tanto per le cose che abbiamo fatto, ma per quelle che abbiamo visto. La Cappadocia, tanto sentita nominare, numerose le foto che si vedono in giro, ma mai avrei pensato uno spettacolo del genere, visto con i miei occhi!
Dopo il solito saccheggio del buffet a colazione, con tutta calma ci siamo preparati e siamo usciti in moto, direzione Goreme, luogo che, ieri sera, sulla guida, abbiamo letto essere un dei posti di maggiore interesse per le famose conformazioni del paesaggio. L’antica città, infatti, era una sorta di termitaio, numerose masse informi di roccia tipo tufo, ma più dura, scavate all’interno come un’enorme forma di groviera. Pochi chilometri dall’albergo, non sono mancate comunque quelle due gocce d’acqua anche stamani, anzi quando ci siamo alzati aveva da poco smesso di piovere. E ti pareva! Siamo arrivati a quello che poi abbiamo saputo essere l’antico castello, una montagna simile a quella di “Incontri ravvicinati del terzo tipo” e già lì mi si è spalancata la bocca tanto era strana e tanti erano i “buchi” che la costellavano. Lì la strada si biforcava e noi abbiamo girato a sinistra verso la valle. Davanti a noi si è aperta una distesa infinita di tanti “cosi” a punta ma con linee dolci alla base, un po’ come la panna montata che si mette su un cono gelato; queste torri ricordavano i castelli di sabbia che si fanno sulla spiaggia, almeno la consistenza sembrava quella, ma era roccia dura. La luce che li colpiva in diagonale – ancora il sole non era molto alto – creava dei suggestivi giochi di ombre dalle forme più assurde. Subito una sosta nel primo punto panoramico a scattare tonnellate di fotografie. Che meraviglia, non sapevo dove guardare. Sullo sfondo c’era il “monte rosso” che sembrava dominare questi giganti di tufo, come un grande generale guarda dall’altro il plotone al suo comando. Si vedevano delle case sicuramente di costruzione più recente; la popolazione oggi infatti vive in case “vere”, anche se abbiamo notato che alcuni fori nelle rocce avevano delle finestre, o un’antenna satellitare collegata. Incredibile.
Siamo poi scesi fino alla “città” e abbiamo parcheggiato le moto cercando una via che ci portasse a vedere più da vicino questi colossi. Sì perché dall’alto sembravano piccoli, ma da vicino!! Non abbiamo trovato nessuna viuzza, quindi ci siamo fermati al Tourist Information ed abbiamo preso delle mappe per capire cosa si doveva fare e cosa c’era da vedere. Abbiamo visto che c’erano tanti percorsi da poter fare a piedi e in moto, ovviamente su strada sterrata, e l’idea non a tutti convinceva molto. Ci siamo dunque divisi, io e Ricky abbiamo optato per l’off, gli altri si sono diretti verso l’Open Air Museum.
Ho scorrazzato un po’ per quelle strade, ma molte erano chiuse al traffico, per cui dopo aver scattato un’altra carrellata di foto anche noi ci siamo uniti agli altri per la visita al museo. Siamo potuti entrare quindi anche noi in quei fori, dove la storia si è susseguita risentendo delle influenze dei popoli che via via hanno vissuto in quei posti. Alcune grotte erano addirittura affrescate con icone religiose, davvero uno spettacolo incredibile. Anche qui foto a nastro, per forza!
Finito il giro al Museo ci siamo diretti a pranzo nel centro, ovviamente in una locanda dove servivano la birra come bevanda, ci mancherebbe!!! Siamo stati presi d’assalto da un gatto indemoniato dai denti a sciabola, faceva davvero uno strano effetto, molto inquietante direi! Alle 15 poi sono arrivati due taxi gialli, che ci hanno portati a fare un tour guidato per la valle. La “Valle dell’amore” è stata la prima tappa, e subito abbiamo capito da dove ne derivava il nome. Tanti enormi “Falli” sbucavano dal terreno, un’immensa distesa di piselli di pietra dominava la valle, incredibile davvero come la natura abbia modellato quelle rocce. Ovviamente le battute a tema non sono mancate, così come alcune foto in pose particolari, vero Ausy? Particolarmente interessante il pezzo di strada sterrato che abbiamo fatto per arrivare fino lì, una rapida occhiata con Ricky e già avevamo deciso di tornarci più tardi con le moto!
E’ stata poi la volta della visita alla scuola dei tappeti, ovvero il luogo dove vengono realizzati i tappeti turchi fatti a mano, tappeti che si differenziano da quelli normali in quanto alla base ci sta un doppio nodo. Ragazze con foulard in testa armeggiavano ai telai che avevano davanti, andavano così veloce che l’occhio non riusciva a seguirle, ci hanno poi fatto vedere il movimento a “rallenty” e abbiamo capito in cosa consisteva in effetti la tecnica. Certo, da intrecciarsi gli occhi se si pensa che per un tappeto di medie dimensioni ci vogliono circa due mesi di lavorazione, ma soprattutto, sai che palle!? Nella stanza attigua ci hanno fatto vedere come si estrae la seta dai bozzoli di baco, incredibile, non avevo mai visto né i bozzoli né tanto meno il procedimento per estrarne i fili. Pazzesco. Infine tappa allo “shop” del negozio, simpatico il fatto che ci fosse un bancomat all’interno del negozio, e questo la dice lunga sui prezzi!!
Dopo la scuola, l’ultima tappa del giro è stata Zelve, dove ci sono “i camini delle fate”, ovvero giganti di pietra un po’ meno fallici di quelli visti nella valle dell’amore, con la punta fatta ancora più strana. Anche qui qualche foto, ma nelle nostre teste si era già delineato il programma che di lì a poco ci avrebbe visto tornare con le moto. E così è stato. Dopo che i due taxi (simpaticissimo il nostro tassista, Mustafà per gli amici) ci hanno scaricato al parcheggio, abbiamo inforcato le moto con destinazione, appunto, Zelve. Io e Ricky abbiamo fatto il giro largo, ce la siamo presa ariosa, e quindi per noi è stato un anello che ha toccato le città di Urgrup e Avanos, inutile dire cosa non abbiamo visto! Inoltre il sole cominciava già ad essere piuttosto basso sull’orizzonte, e quindi la luce era perfetta per le foto ma soprattutto per gli occhi, ci siamo fermati più volte proprio per godere di quelle meraviglie che non sono in grado neanche di descrivere. Dico solo che almeno una volta nella vita questi posti andrebbero davvero visti, perché sono un qualcosa veramente di unico e particolare. Io mi sono ripromesso più volte che tornerò in Turchia, e il mio viaggio sarà dalla Cappadocia al monte Ararat, come minimo!
Abbiamo raggiunto gli altri, e anche lì le foto non sono mancate, io ho socializzato con tre motociclisti siciliani, anche loro in un tour simile al nostro, con ritmi un po’ meno serrati. Mi sono arrampicato su un cucuzzolo, mi è morta la batteria della macchina fotografica (e questo la dice lunga), meno male avevo con me il telefono. Mi rendo conto di essere ripetitivo, ma dire che tutto era spettacolare ormai è superfluo. I Camini delle Fate, come enormi funghi a volte a mazzetti di tre, di quattro, di due, oppure singoli, giganti di pietra con il cappello che ti guardavano dall’alto e si facevano fotografare, un esercito di eremiti che si erano dati appuntamento in quel luogo come se avessero voluto raccontarsi i millenni di storia che avevano vissuto. Un posto magico, mistico, unico.
Io, Ricky, Bobo e Lello ci siamo poi avventurati per il tratto sterrato che avevamo percorso prima con la guida, sembravamo al Luna Park tanto ci stavamo divertendo. Ancora qualche foto, io ho ripreso tutto con la Action Cam montata sulla moto, e poi via, moto in tiro, peso indietro, e vai per quella strada inizialmente ghiaiosa, poi sabbia compatta, poi pozzanghere, poi un po’ sabbia, sconnessa a tratti tanto da costringerci a veri e propri zig-zag fra i canali scavati dalla pioggia. Cinque chilometri di puro divertimento che sono terminati al castello di groviera che la mattina ci aveva accolto in questo angolo di Paradiso. Giornata conclusa, il sole volgeva al tramonto, solo nove chilometri ci separavano dall’albergo, un tratto di strada che abbiamo fatto con uno strano sorriso sul volto e una strana luce negli occhi. Lo stesso sorriso che abbiamo in questo momento, nella hall dell’albergo, dove le risate e i commenti alla giornata di oggi la fanno da padroni.
Domattina ci alzeremo con calma, alla fine dovremo fare solo trecento chilometri o poco più, quindi una passeggiata. Costeggeremo il Tuz Golu, ovvero il lago salato, e non vedo l’ora. Ancora un giorno e poi la tanto attesa Istanbul. Questo viaggio è un crescendo costante, ed è bello lasciarsi trasportare da questa onda energetica, un po’ come quando un’orchestra si prepara al gran finale, senti che il pezzo cresce di intensità, aumenta il pathos, quasi trattieni il respiro, sei dentro al pezzo, dentro alla musica, dentro alla magia. Esattamente come noi.

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04/06 SESTO GIORNO
Ore 23.55
Ankara (Turchia)
Km percorsi: 300
Strade percorse: D-300, D-750

Meno male che ieri ho perso un guanto durante lo scorrazzamento su e giù per Goreme, e meno male che a me e Bobo hanno fatto la multa altrimenti oggi avrei avuto poco da scrivere in quanto, motociclisticamente parlando, ho poco da raccontare. Ma procediamo con ordine.
Quando si prese la multa, i simpatici “vigiliminchia” ci dissero che sarebbe stato possibile pagarla in qualsiasi ufficio postale, banca, o direttamente alla dogana quando saremmo usciti dalla Turchia, ma sinceramente avevamo già messo in conto di farlo prima della dogana per non ritardare ulteriormente le pratiche di uscita del Paese. Poi, come già detto, fra le cose da fare si è aggiunta anche quella di cercare un paio di guanti da moto in quanto uno ieri mi è volato via dalla tasca del giubbotto e non me ne sono accorto, puttana della miseria. Già ieri sera avevo un po’ bestemmiato su internet alla ricerca di un “moto shop”, ma da queste parti di moto se ne vedono davvero poche, e l’unico di strada rimaneva a Aksaray; ho cercato di individuare alla belle e meglio il punto sul navigatore, e stamani ci siamo diretti lì. Ovviamente arrivati alla meta, col cavolo che c’era il negozio, ma per fortuna qui in Turchia gli abitanti sono persone davvero spettacoli, gentili e disponibili, al punto che dopo mille peripezie per far capire a un gruppetto di persone cosa stavo cercando, due ragazzi si sono offerti direttamente di accompagnarmi al negozio. Ecco dunque che due autoctoni hanno inforcato una specie di mezzo a due ruote sono partiti, e noi al loro seguito. Alla fine abbiamo trovato quello che cercavo, il ragazzo dell’officina è stato così gentile che oltre che mandare un suo “ragazzo” ad un altro negozio a trovare un altro paio uguale a quello che avevo scelto (sì perché me li aveva dati spaiati, ovvero di due colori diversi), si è anche offerto di tirare la catena di Ausy senza chiedere un centesimo. Anche i due ragazzi che ci avevano scortato fino a lì non hanno voluto accettare i soldi che gli avevo offerto come cenno di ringraziamento. Incedibile!!! Il tipo inoltre ci ha anche indicato l’ufficio a cui andare per pagare la multa, per cui mentre io aspettavo il paio di guanti giusto, Bobo si è avviato per pagare la sua multa. Mentre eravamo lì davanti l’officina avevamo fatto gente, persone che guardavano intorno alle moto, altri che facevano domande su quanto costavano, insomma uno spettacolo. Gente che ha voglia di parlare, di chiedere, di raccontare. Troppo ganzi. Dopo venti minuti circa riesco ad avere il paio giusto di guanti, per cui via tutti all’ufficio per pagare la mia multa. Entro in questo edificio, mi indicano di andare al terzo piano, scena fantozziana di gente che faceva finta di lavorare, altri che lavoravano per davvero, un tizio che se ne esce da una stanza con un vassoio pieno di bicchierini di tè! Bobo, che era già lì, mi dice che dovevo scendere al primo piano a farmi fare la fotocopia della carta di identità, poi tornare lì, sbrigare la pratica con la signora davanti a me, andare poi da un altro signore che scriveva qualcosa e infine passare alla cassa! Maro’! Comunque sia, dieci minuti e anche la multa era pagata, grazie soprattutto a Bobo che aveva capito cosa c’era da fare! In più, sorpresa, avendola pagata entro quindici giorni c’era uno sconto di ben quarantatré lire!
Siamo poi ripartiti con direzione Ankara, ad un tratto sulla nostra sinistra è apparsa una lingua di un colore violaceo che si perdeva all’orizzonte. Il Touz Golu, che però non era una distesa di sale come mi aspettavo, ma una gigantesca pozza di acqua per via delle copiose piogge di quest’ultimo periodo! Maremma maiala!! Vabè, ci ripasserò quando tornerò in Cappadocia, perché tanto ci tornerò sicuramente!
Sosta pranzo ad una stazione di servizio, panino sudicio pieno di kebab, cipolla, pomodoro e rape, poi via verso la città. Dopo circa centotrenta chilometri scolliniamo da una valle e ci appare la metropoli in tutto il suo caos e la sua vastità! Come un apneista che si appresta a tuffarsi e fa un bel respiro per trattenere il fiato, così noi ci siamo addentrati nella bolgia incrociando le dita, e devo dire che alla fine è stato anche relativamente semplice trovare l’albergo nel centro della città. Moto parcheggiate sul marciapiede alla faccia del posto riservato. Doccia, pisolino, poi due passi (minchia che casino!), infine cena sulla terrazza del palazzo con vista panoramica, e che vista. Tramonto visto dall’alto, bellissimo, poi via di nuovo per le vie a cercare un locale per fare serata. E l’abbiamo trovato, con tanto di narghilè con tabacco alla mela che sembrava fosse lì a posta per noi! Che spettacolo! Di nuovo le solite battute, risate, conversazioni goliardiche, insomma contenti di concederci finalmente una serata a girelloni e di relax! Non solo, tornati in albergo perché letteralmente sbattuti fuori dal locale che chiudeva, ancora chiacchiere intorno alle moto, è più forte di noi, la passione è passione.
Ed eccomi qua, a scrivere questi appunti di viaggio, bello carico per le esperienze di vita turca provate oggi, smanioso di arrivare domani alla meta del viaggio tanto ambita: Istanbul.

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Old chiken makes good "knor"..

"Ei fu nel tempo si ritratto.../che per agir a vendetta/lo scherno mise in atto./Darion della motocicletta/è ora lui a crear lo scatto!"(by Bikelink)

KTM 1290 Super Adventure S - La Diavola: 12.000km
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Pegaso Cube: 22.000km

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Re: Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

Messaggio da D@rione » martedì 5 agosto 2014, 14:32

05/06 SETTIMO GIORNO
Ore 23.55
Istanbul (Turchia)
Km percorsi: 490
Strade percorse E-89, E-80, D-020,

Finalmente a Istanbul, città con circa tredicimilioni di abitanti, che oggi si erano dati tutti appuntamento sulle arterie che scorrono intorno alla città!! Credo che se siamo sopravvissuti alla furia di oggi, potremo tranquillamente andare in qualsiasi metropoli del mondo, ovviamente in moto!
Abbiamo lasciato l’albergo stamani in tutta tranquillità, senza fretta, consci che i chilometri fino a Istanbul sarebbero stati per lo più di autostrada e quindi non particolarmente goderecci.
Info tecnica per i viaggiatori: se andate in Turchia e volete prendere l’autostrada, dovete munirvi di tesserina che potete tranquillamente acquistare al baracchino che c’è all’ingresso di ogni accesso. Costa cinquanta lire, di cui quindici sono di costo della carta, il resto di “ricarica”. Funziona poi come un telepass, passate dal casello, luce verde, e via.
Davanti al baracchino dove abbiamo acquistato le nostre tessere c’era un’auto della polizia, abbiamo voluto sincerarci sul limite di velocità per le moto, visto che auto e moto non vengono considerate nello stesso modo. Il poliziotto mi ha fatto salire sull’auto per farmi vedere la tabella dei limiti (figuriamoci se parlava inglese) e lì ho appurato che noi avevamo come limite massimo 100 km/h, porca miseria! Come lumache ci siamo immessi nell’autostrada, quasi ci facevano rabbia le auto che ci superavano a centrotrenta all’ora, però c’era poco da fare.
Sosta all’autogrill, incredibile, in Turchia usa lavare le auto che sono parcheggiate! Una squadra di addetti muniti di sistole di acqua, scope e panni tirano a lucido le auto dei clienti, e grande è stato lo stupore quando abbiamo visto che lo stesso trattamento è stato riservato anche alle nostre moto che però erano così sudice che più che lavarle le hanno ancora di più impiastricciate; e vabè, si apprezza l’intento no?
L’itinerario prevedeva poi di lasciare l’autostrada per andare sul lungo costa del Mar Nero. Venti chilometri di strada di campagna attraverso villaggi campestri, stradine abbastanza sconnesse, zigzag di curve, la media si è abbassata notevolmente, più di sessanta all’ora non si poteva fare. Nuvoloni grigi minacciavano pioggia (e ti pareva!), un po’ a fatica siamo arrivato ad Agva, un paesino sul mare con ristorante sulla spiaggia. Abbiamo parcheggiato le moto, pensavamo di mangiare pesce ma alla fine il kebab ha avuto la meglio. Mentre eravamo lì ha iniziato a piovere, eddaje! Ci siamo messi le tute antipioggia, fortunatamente però non sono servite a molto, dopo pochi chilometri le abbiamo tolte in quanto abbiamo visto il cielo schiarirsi nella direzione di Istanbul. Ancora centro chilometri di strada statale e poi il caos.
Ci siamo immessi in una delle infinte tangenziali di Istanbul, nemmeno due chilometri ed eravamo fermi in coda. Porca miseria! Uno sguardo al navigatore ed ho visto che mancavano ancora trentasei chilometri all’albergo. C’è preso male. Il navigatore non si è fatto mancare una inversione a U fatta passando per le impervie stradine di un sobborgo, di nuovo in tangenziale, che poi era autostrada, non si è capito, fatto sta che le dieci corsie riservate al traffico non erano sufficienti a smaltire la bolgia di traffico. Macchine a perdita d’occhio, una lingua sinuosa fra le costruzioni che si perdevano all’orizzonte riempiendo ogni centimetro quadrato delle colline circostanti, mai vista una cosa del genere. Ci siamo messi in corsia d’emergenza, non c’erano alternative, e poi voglio dire, non l’abbiamo fatta così losca, davanti a noi c’era nientemeno che un autobus, si era rotto anche lui di stare fermo! Si procedeva comunque a quaranta all’ora, con tutti i sensi allertati poiché in Turchia la gente pare abbia preso la patente con i punti della Coop, le macchine ma anche i mezzi pesanti ti sbucavano da ogni angolo, nervi a fior di pelle, ogni tanto mi alzavo per controllare che dietro di me ci fossero tutti i miei compagni di viaggio, sudavo come se fossimo stati nel Sahara, un incubo! Abbiamo oltrepassato il Bosforo lasciandoci dietro di noi quella che viene chiamata la Istanbul Asiatica per entrare in quella Europea, il traffico ancora non lasciava scampo. Ancora sette chilometri, troppi. Siamo andati avanti, un occhio al navigatore, l’altro allo specchietto, eravamo tutti belli compatti, meno male, nessuno si è perso.
Arrancando, sgomitando, sudando, siamo arrivati all’albergo, non esattamente in posizione centrale. Ci abbiamo messo oltre un’ora per fare trentacinque chilometri, l’idea che avevamo di fare un giro in centro è stata accantonata senza neanche dirsi nulla, anche perché abbiamo perso un sacco di tempo a capire dove si potevano parcheggiare le moto (il parcheggio riservato dell’albergo era pieno).
Cena ad un ristorante lì vicino, kebab ovviamente, niente alcool, poi due chiacchiere e via a letto. Abbiamo fissato una guida per domattina, un piccolo tour che ci accompagnerà per i monumenti principali della città, visto il poco tempo a disposizione.
Scrivo da questo loculo che ci hanno dato come camera, sono lesso come una patata, ma contento di questa giornata e soprattutto di quella che ci aspetta domani! Istanbul, me ne hanno parlato in tanti, tutti mi hanno detto che è una città spettacolare. Sono proprio curioso!!

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06/06 OTTAVO GIORNO
Ore 23.50
Istanbul (Turchia)
Km percorsi: Zero!

Istanbul: porca miseria che città!!
La giornata non è cominciata nel migliore dei modi, infatti appena usciti dall’albergo è stato subito chiaro che il meteo di lì a poco avrebbe scaricato tutto quello che poteva, ovviamente su di noi! Maremmampestata!!!
Ancora un’ora persa per capire dove si potevano mettere le moto, alla fine ce le hanno fatte parcheggiare dietro l’albergo, sul marciapiede, mortacci sua ce lo potevano dire subito?
Siamo partiti alle nove con il pullmino del Tour, abbiamo raccattato la guida che parlava in Italiano e via a visitare i monumenti principali della città. Ippodromo, Aya Sofya, e Topkapi Sarayi sono stati le prime tappe. Non sto a scrivere cosa abbiamo visto altrimenti rischio di diventare una guida turistica, dico solo che è incredibile toccare con mano quanti popoli si sono succeduti in questa città, ognuno lasciando la propria impronta e influenza. La città è marchiata dai segni degli ottomani, dei cristiani, infine degli arabi. Pazzesco. La stessa Santa Sofia prima era una chiesa cristiana, poi diventata Moschea. Bellissima! Peccato per la pioggia. Come siamo usciti da Santa Sofia goccioloni fitti e martellanti non ci hanno dato tregua, quel minchia di impermeabile che ho comprato al negozio dei souvenir faceva come un vecchio a una vecchia, insomma mi giravano da morire, e non solo a me, fosse solo per il fatto che – ci diceva la guida – non vedeva così tanta acqua a Istanbul da anni. No comment!
Durante la pausa pranzo ho quasi messo le mani addosso al Tour Operator che ci aveva organizzato la visita guidata in quanto continuava a sostenere che nel prezzo che avevamo pagato non erano inclusi gli ingressi ai musei. Cosa!? Tutto comunque si è risolto ed abbiamo continuato con Moschea Blu (meglio fuori che dentro, fosse solo per il puzzo di piedi e di “lezzo” che la faceva da padrone), poi è stata la volta de Gran Bazar e del Mercato delle Spezie. Entrambi credo siano posti che uno bisogna che li veda almeno una volta nella vita. Ricordavo il macello che avevo visto l’anno scorso a Marrakech, una cosa simile ci aspettava anche qui, solo che l’ordine e l’organizzazione dei negozi e degli oggetti non aveva nulla a che vedere con la concorrenza marocchina. Ovviamente anche qui c’era di tutto: abiti, ninnoli, souvenir, aggeggi, narghilè, scarpe, sandali.. un’infinità di colori, rumore, odori, un brulichio di gente in ogni meandro di questo gran bazar: bellissimo. Il mercato delle spezie poi, fin da subito un mix di profumi forti e penetranti, ma non fastidiosi. Bancarelle con esposte spezie di qualsiasi tipo, alcune mai sentite prima, dai colori più sgargianti. Dolci, profumi, saponi, di tutto insomma! La nostra guida, ribattezzata “Francesco” perché il nome turco era troppo difficile, è stata spettacolare. Praticamente ci ha presi per mano e ci ha portati in giro come fossimo una gita scolastica, mitico! Ci ha suggerito poi dei posti da vedere, o meglio da vivere, la sera, e noi abbiamo seguito subito i suoi consigli.
Dopo che ci siamo separati da lui siamo infatti andati alla sponda opposta del Golden Horn, verso quella che ci aveva detto essere la parte più “movimentata” della città nel senso di movida. Ed in effetti così era. Già i locali che si trovavano al di sotto del ponte che abbiamo dovuto attraversare facevano presagire ad un aspetto di Istanbul completamente diverso da quello di città storica e d’arte che avevamo visto fino a quel momento. Ci siamo addentranti in una viuzza che saliva verso la parte alta della città, dev’essere stato tipo il quartiere della musica perché ogni porta era un negozio che vendeva strumenti musicali o attrezzatura da concerti. Non sapevo dove guardare, ad un certo punto addirittura un negozio con pianoforte a coda in vetrina, che tentazione!!! Dopo questi vicoli un enorme strada maestra spariva un po’ in pendenza in lontananza, una fiumana di gente si confondeva con le mura degli edifici che delimitavano la strada, quantità di gnagna incredibile, luci al neon colorate, musica, artisti di strada. Che spettacolo! Ci è voluta quasi un’ora per arrivare a Taxim Square dove terminava questa via e dove un vecchio tram elettrico, rosso, aspettava al capolinea di partire per il suo giro. Dietro di noi il mondo che camminava, gente di tutte le età, razze, lingue, pochi italiani per fortuna.
Ci siamo fermati in un locale per la cena, dopodiché è stata la volta del ritorno in taxi fino all’albergo. Più volte ho detto che i turchi guidano da schifo, l’esperienza in taxi è stata traumatica a dir poco. Matti, semplicemente matti!! Il nostro autista non sapeva la strada, provava a dettarla al suo smartphone ma non la prendeva nemmeno lui, anche dalla sua centrale con cui era in contatto radio non sapevano che dirgli. Mah. D’altronde c’è da capirlo, Istanbul è una città veramente immensa. Roma e Milano a confronto sono barzellette!
Non è tardi, ma siamo davvero stanchi. Tutto il giorno a camminare, il tempo fortunatamente ci ha graziati dal dopopranzo in poi, ma abbiamo davvero scarpinato come dei forsennati. Certo le chiappe si sono riposate, le gambe un po’ meno. Ma le chiappe le rimetteremo di nuovo in sella domattina, riparte il tour, domani attraverseremo di nuovo il confine greco, insomma, si sta tornando a casa. Triste perché consapevole che la vacanza sta volgendo al termine, ma felice per le meraviglie che anche quest’anno si sono mostrate ai miei occhi.

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07/06 OTTAVO GIORNO
Ore 20.10
Komottino (Grecia)
Km percorsi: 380
Strade Percorse: E-80, D-110 fino al confine, poi A-2

Si torna a casa, c’è poco da fare, oggi lo abbiamo realizzato tutti. Il giro di boa c’è stato qualche giorno fa in Cappadocia, ma oggi, l’attraversamento del confine, ancora una volta, puntuale, ci ha ricordato che il viaggio sta volgendo al termine. I chilometri di asfalto a tre corsie della E-80 sono volati, così come gli altri di strada statale fino al confine con la Grecia. Guidavamo annoiati dai lunghi tratti dritti, stancati dai trentadue gradi che per tutto il giorno ci hanno fatto compagnia, e naturalmente un po’ malinconici per l’avvicinarsi della fine.
Al confine Turco sventolava una bandiera rossa con uno spicchio di luna e una stellina bianchi; sventolava così forte che per un attimo ho avuto la sensazione che fosse la Turchia stessa che ci stava salutando, e mi è venuto spontaneo urlare nel casco “Ciaooooooo!!!”, certo che ci tornerò prima o poi, spero in moto, perché questo Paese ha ancora tante meraviglie da farmi vedere e da scoprire. La stessa bandiera l’ho rivista dopo una quindicina di chilometri, mentre ci stavamo dirigendo verso il paesino che una settimana fa ci vide a cena dopo l’arrivo del gruppone, oggi ci siamo voluti tornare a pranzo. Quella bandiera così piccola e lontana stava comunque continuando a sventolare, sembrava una di quelle bandierine del “Risiko”, sola e lontana in quella distesa di colline e colori, un puntolino rosso nel verde-giallo della campagna. La Turchia è lì, ora lo so, ora so come ci si arriva e quale strada fare. E’ strano, ma quando si fanno viaggi così lunghi e lontani, a bordo di una motocicletta, quando sei tu che guidi incessantemente per ogni chilometro del tragitto, beh, tutto assume una forma e una dimensione. Indicare una cartina geografica ora vuol dire sapere esattamente quanto è lontana quella Nazione che appare come un semplice disegno su una mappa; scorrere con un dito un strada, ora mi fa tornare alla mente le immagini che ho visto mentre la stavo percorrendo, e questa cosa credo sia davvero una sorta di magia che accade solo quando fai questi viaggi in moto, perché come scrivevo all’inizio, quando viaggi in moto non hai limiti, confini, bordi che ti disturbano; no. Sei tu il protagonista del film che sta scorrendo davanti ai tuoi occhi su una lastra di asfalto scuro. Sei tu il regista del tuo andare. E non c’è sensazione più liberatoria e potente.
Lo stesso effetto me lo ha fatto la Dogana; ci siamo fermati al Duty Free dove ci eravamo fermati a prelevare valuta locale una settimana fa. Ricordo che guardavo i ninnoli esposti nei negozietti di souvenir; oggi che li ho rivisti avevano una contorno diverso. La calamitina della moschea blu di Istanbul, so che è così perché l’ho vista, l’altra fatta a forma di “camini delle fate”, li ho toccati con mano appena quattro giorni fa. Fantastico.
Mancano cinqucentosessanta chilometri al porto di Igoumenitsa, chilometri di noiosa e lunga autostrada. Ma so che passeranno veloci perché a farmi compagnia ci saranno i ricordi di questi fantastici giorni passati in terra turca, insieme ai migliori compagni di viaggio che potessi chiedere!

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08/06 NONO GIORNO
Ore: 01.30 (ora italiana)
A bordo della nave (mar Adriatico)
Km percorsi 715
Strade percorse: A-2, E-92

Ok, si può dire che la vacanza ormai è finita. La terra ferma che fino a stamani ci ha sostenuti durante questi giorni ha ceduto il posto allo scafo della nave poggiato su un mare piatto come una tavola; nave che è partita dal porto di Igoumenitsa con un ritardo di quaranta minuti.
Oggi è stata la giornata in cui il “Total Disorganization Tour (TDM)” ha portato alto il suo nome! Già da stamani, passati i primi due caselli dell’autostrada greca, il gruppo si era sparpagliato per i fatti suoi: chi aveva fatto benzina, chi ha deciso di farla in solitaria cinquanta chilometri dopo, chi si era ingarellato per le curve spettacolari di un tratto costiero, chi aveva deciso di andare avanti. Insomma un macello!
Io facevo parte del gruppo degli ingarellati, stanchi delle lunghe strade dritte percorsi fino ad oggi non abbiamo certo rinunciato all’invito offertoci da quella serie di curve che preannunciava un tratto di una quarantina di chilometri tutto saliscendi con curve e controcurve degne di una strada di montagna, solo che era una quattro corsie con asfalto bello granuloso, e quindi vai, vai di gas. In cima a tutti Lello e Topo aprivano il corteo dei pazzi scatenati, io dietro copiavo le loro traiettorie, poi Ausy, la moto divertita urlava ai giri alti nonostante la resistenza aerodinamica delle borse laterali. Quaranta chilometri percorsi in una manciata di minuti, spettacolari, fra montagne e scogliere a picco sul mare, con isolotti solitari davanti la costa che sembravano guardarci anche loro divertiti nel nostro correre. Bello, divertente, lasciamo stare i moralismi, la moto è fatta anche di azzardo, di tanto in tanto, e lì ci stava tutto.
Al casello successivo ci siamo fermati per far ricompattare il gruppo, dopodiché siamo ripartiti a velocità di crociera.
Sosta pranzo casualmente allo stesso autogrill del Tour Varna del 2011, un caldo allucinante (trentaquattro gradi se si vuol essere pignoli), avrei dato anche il c..lo per teletrasportarmi al porto! Fortunatamente però la strada scorreva veloce, traffico praticamente inesistente, abbiamo continuato per altri centottanta chilometri, poi Gaetano ha dato il “la” ad una nuova scissione del TDM che si è spezzettato in formazione “quattro-tre-due” con destinazione “Boh!”. Io, Davide, Bobo e Ricky siamo andati a Meteora, alcuni non ci erano mai stati ed io rivedevo volentieri quei monasteri costruiti non si sa come in cima a dei denti di pietra levigata dagli agenti atmosferici. Il sole non mollava, il termometro segnava trentaquattro gradi, addosso ero una pappa di sudore e polvere sollevata da un forte vento. Qualche goccia d’acqua durante il budello di curve che per sessanta chilometri ci hanno accompagnati dopo l’uscita dall’autostrada, asfalto comunque in condizioni più che adatte al tipo di strada; ce la siamo goduta in tranquillanza fino alla nostra meta. Foto di rito, una bella bibita fresca, poi il cielo si è rannuvolato, e puntale è arrivato Topo con al seguito Lello e Ausy. Gaetano e Ivan si erano persi durante il percorso e quindi boh, non si sono più visti fino alla sera. Anche loro giusto qualche foto, poi tutti siamo ripartiti intimiditi dal nuvolone nero che stava arrivando.
Qualche ora di guida per quell’autostrada che nient’altro è che una lunghissima discesa fino ad Igoumenitsa, poi ci siamo ricongiunti con i due “desaparecidos” a Syvota, una baia nascosta in un anfratto a venti chilometri da Igoumenitsa. L’autostrada ha ceduto il posto ad una strada che copiava le linee irregolari dei due piccoli promontori che ci separavano dal paese, divertente e panoramica allo stesso tempo. Ristorante con vista mare, cena a base di pesce, i colori del tramonto con tanto di silouette di una barca a vela lontana facevano da cornice a questo angolo di paradiso. Direi che come ultimo pasto in terra straniera non si poteva chiedere di meglio.
Ancora il solito clima da ultimo giorno di scuola l’ha fatta da padrone, e quell’ora e mezzo che siamo stati lì è volata, un attimo ed eravamo di nuovo in sella alle nostre moto diretti verso il porto. A me e a Lello ci si è letteralmente tappata la vena, non ho volutamente guardato il contachilometri, so solo che in meno di dieci minuti eravamo già a destinazione, non aggiungo altro.
Check-in sbrigato in pochi minuti grazie al nostro “Mr. Holiday”, in men che non si dica eravamo tutti in fila al molo in attesa della nave; ore 22.00, minchia oltre due ore di attesa!! E vabè. Ci siamo inventati i tutto per passare il tempo, dal cazzeggio collettivo alla pulizia delle plastiche trasparenti delle frecce delle moto, io mi sono addormentato sulla moto, la brezza e il relativo silenzio che c’erano hanno vinto e mi sono lasciato tranquillamente abbracciare da Morfeo. Quando ho riaperto un occhio la nave stava attraccando; in un attimo eravamo già a bordo. Il tempo di assicurare le moto, salire in cabina, togliersi pantaloni e paraschiena, ed eravamo già sull’ultimo ponte a guardare verso le ultime operazioni di imbarco. I ponti levatoi di accesso al garage si sono chiusi, una schiuma bianca è apparsa sotto lo scafo della nave, ho immaginato il tramestio di acqua e sabbia smossi dalle eliche, le cime sono state ritratte a bordo, lentamente la nave ha iniziato a muoversi. Così, in silenzio, accompagnati dalla Luna che si specchiava sull’acqua e dal suono sordo, basso, dei motori che prendevano forza a qualche metro sotto i nostri piedi, siamo partiti.
Risate e battute al bar della nave fino a tarda notte, poi mi sono infilato a dormire in cuccetta, e non ho opposto nessuna resistenza al sonno che mi ha preso e portato con sé, accompagnato dal leggero dondolio della nave che mi ha cullato come una dolce ninna nanna.

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09/06 ULTIMO GIORNO
Ore: 02.00
A casa (Italia)

Moto in garage, una tonnellata di moscerini spiaccicati sul parabrezza, valigie disfatte, ho steso anche la seconda lavatrice, ora è meglio se vado a letto. Sono stanco, le operazioni di sbarco oggi sono durate tantissimo, pare che ci fosse un controllo di polizia al molo, vai a sapere te chi o cosa cercavano.
Mi sono fermato per strada a mangiare un piatto di prodotti tipici toscani, ne avevo troppa voglia, e ora sono qui, a casa, dopo due settimane che sono partito. Mi fa un effetto strano. Varcare la porta di casa era come se ne fossi uscito il giorno prima, ma ripensando ai singoli momenti passati durante questo viaggio, mi sembrano appartenere ad un’altra vita, un altro periodo, un’altra dimensione. Ancora una volta la meraviglia di un viaggio in moto si è trasformata in piena adrenalina che sento scorrermi nelle vene pompata da un cuore felice di aver vissuto tante emozioni e di aver visto così tanti posti, incontrato persone.
Ringrazio la mia moto che ancora una volta, regolare, puntuale, precisa, mi ha riportato a casa senza però non regalarmi valangate di emozioni.
Ringrazio i miei compagni di viaggio, senza di loro tutto assumerebbe un’altra colorazione; l’affiatamento, la sintonia, il feeling che ci legano sono un qualcosa di speciale, ingredienti sicuramente indispensabili per fare dei viaggi di questo tipo.
Mi sento ancora una volta più ricco di quando sono partito. Inutile elencare cosa mi è piaciuto di più o meno, sto parlando del viaggio. Il Viaggio!
Mi tornano a mente le righe scritte sul libro “Lo Zen e l’Arte della Manutenzione della Motocicletta”: Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV […] In moto hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. […] Abbiamo più voglia di viaggiare che non di arrivare in un posto stabilito. Siamo in vacanza.

Gaetano, Massimo, Ausy, Davide, Ricky, Lello, Bobo, Ivan: grazie, dal cuore, grazie.

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"Ei fu nel tempo si ritratto.../che per agir a vendetta/lo scherno mise in atto./Darion della motocicletta/è ora lui a crear lo scatto!"(by Bikelink)

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carlodg
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Re: Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

Messaggio da carlodg » martedì 5 agosto 2014, 19:12

Ciao
intanto ho visto le foto ... adesso mi prendo tempo per la lettura!!

:truzzo: :truzzo: :impara: :impara: :wink: :wink:
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Aleevo
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Re: Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

Messaggio da Aleevo » venerdì 8 agosto 2014, 10:38

Minkia Dario ....Che Spettacolo !!! :respect: :respect:


Che Posti stupendi !


Con calma mi leggerò i singoli riassunti giornalieri ! :money:

Bravo ! :ok1:
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gioroma
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Re: Turchia 2014: fino alla cappadocia e Ritorno

Messaggio da gioroma » venerdì 8 agosto 2014, 12:28

complimenti dario , come al solito gran fotografo e promesso scrittore, stamperò il tutto e in ferie leggerò con calma.... :clapclap: :clapclap:
gio
majesty 250-kawa zr7s-cn etv 1000......lamotomiglioredelmondoquandovà...ma.......
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